ed
CANTI POPOLARI IN FRIULI
PRESENTAZIONE
Anni or sono, ebbi modo di conoscere la prof.ssa Piera Wassermann
e di sapere in seguito che la sua tesi di laurea verteva sui canti popolari
in Friuli. La suddetta tesi era stata discussa a Firenze con il benemerito
prof. Santoli nell’ormai lontano 1941. Data l’importanza della ricerca e
lo scarso interesse dimostrato dagli studiosi locali per l’argomento, diven-
tava oltremodo interessante una eventuale pubblicazione che mettesse in
luce i risultati raggiunti.
La rivista « Il Noncello », sempre sensibile a questi problemi, ha
accettato di buon grado di far conoscere ad un pit vasto pubblico e agli.
studiosi interessati le ricerche della Wassermann.
Questo patrimonio di canti popolari diffuso in Friuli e più particolar-
mente nella nostra Provincia, viene diviso dall’autrice in tre parti e cioè:
1) Canti enumerativi e iterativi; 2) Canti religiosi; 3) Canti narrativi.
La peculiarità di questi canti, che appartengono come genere lette-
rario alla « Poesia popolare » è data dal fatto che sono scritti in dialetto
veneto e non in friulano, che ha invece al suo attivo le famose « villotte »..
Ciò ha innescato una discussione fra gli addetti ai lavori, ritenendo essi
appunto, che il suddetto patrimonio, non essendo nato in Friuli, non po-
tesse aver inciso nel tempo e nello spazio quel tanto da poter diventare
a tutti gli effetti cultura locale.
Sono ormai trascorsi tanti anni da queste prese di posizione e i canti
popolari nella parlata veneta sono passati nel dimenticatoio, tant'è che le
nuove generazioni, con i loro apparati stereofonici e le cuffie nelle orec-
chie, ignorano questi canti, appartenuti alla civiltà contadina scomparsa
ormai negli anni Cinquanta.
Chi ha una certa età non può non ricordare di aver cantato, in qual-
che circostanza: Il Capitano l’è ferito, Mamma mia dammi cento lire,
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Angiolina, bell’Angiolina, In dove vastu, bela Bruneta, E la violetta, la
va, la va, Di qua e di là del Piave ci sta un’osteria, Il merlo ga perso il
becco, e tante, tante altre canzoni di questo genere.
Erano i lavori comunitari che offrivano il destro a qualche personag-
gio dotato di voce stentorea per intonare una strofa e sentire un coro di
voci continuare ordinatamente fino alla fine del canto.
Questo accadeva durante la fienagione, la vendemmia, la raccolta delle
pannocchie, la sbozzolatura, la raccolta delle foglie nei boschi. Erano anche
ambienti e situazioni particolari che invogliavano al canto come: le osterie,
le gite collettive, i pellegrinaggi e le veglie; questi ultimi però annovera-
vano nei loro reperti i canti religiosi che oltre ad aiutare i pellegrini nel
lungo cammino ne potenziavano anche la fede.
Ho accennato alla situazione particolare in cui si son venuti a trovare
questi canti in dialetto veneto e in area friulana anche se la nostra è di
marcato influsso veneto.
Del problema si è occupato il prof. G. D’Aronco in un articolo su:
« Il tesaur » del 1949 (anno I, n. 1 Luglio-Agosto). Il prof. G. Perusini
sosteneva che, non essendo in friulano le canzoni narrative finora raccolte,
dovevano essere considerate di recente importazione. G. Vidossi era di
parere contrario, asserendo che il canto epico-lirico era conosciuto da tem-
po in Friuli.
- La prof.ssa Nikla Cancian Gregorutti che si laureò a Padova nell’an-
no accademico 1960/61 e che ebbe come relatore il prof. D’Aronco, di-
scusse la tesi: « Nuovo contributo di ricerche per uno studio sui canti
narrativi in Friuli ».
Il lavoro di indagine si svolse in modo particolare nel Friuli occiden-
tale, in una vasta zona che comprendeva i Comuni di Cordenons, Zoppola
e S. Quirino, ai confini tra il dialetto veneto e quello friulano.
La Gregorutti scriveva in proposito: « Ho seguito l’ordine di trascri-
zione e il titolo dei canti adottati da Costantino Nigra, pubblicando nella
prima parte del mio lavoro quelli che trovano riscontro nella sua opera.
1 canti da me raccolti sono trentuno, ai quali si aggiungono i quarantasei
dell’appendice, senza considerare le varianti. Sono tutti in veneto (tranne
qualche termine friulano che ho notato in: La canzone del cappello e Il
campagnolo spogliato) . . .
« Se questo particolare riesce logico per quei Comuni che si trovano
al confine delle parlate veneta e friulana, è causa di stupore per Reana
dove il bilinguismo è poco diffuso. Effettivamente canti narrativi in friu-
lano non ne ho trovati, ma quelli che riporto in questa tesi non si pos-
sono dire di recente importazione, perché i miei informatori sono concordi
nell’afermare di aver imparato i canti nel loro paese dove vengono tra-
mandati di generazione în generazione » ..... « Il fatto che i canti non
siano in friulano è dovuto, a mio parere, al notevole e continuo influsso
del dialetto veneto nella regione. Penso dunque che mentre villotte, pre-
ghiere e proverbi sono nati sul posto, i canti narrativi siano stati impor-
tati, magari da parecchio tempo, in dialetto veneto o in italiano e che gli
abitanti non abbiano sentito il bisogno di tradurli in friulano perché ne
comprendevano ugualmente il significato ».
Le suddette conclusioni ci trovano perfettamente d’accordo, anche per
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le esperienze fatte nella nostra Provincia in questa materia. La Wassermann
aggiungerà poi il suo parere in proposito.
Una raccolta di canti narrativi, unitamente ad altro materiale folklo-
rico, è stata fatta da Bepi Carone e pubblicata col titolo: Contrade che
canta, documenti poetico-musicali della tradizione orale, raccolti a Prata di
Pordenone (ed. Concordia Sette, 1979).
II libro raccoglie canti narrativi in dialetto veneto ma in zona vene-
tofona, per cui non sussistono i problemi che abbiamo sopra esposto.
Riesce interessante per le conclusioni a cui giunge l’autore e per le que-
stioni di metodo svolte nella ricerca sul campo.
Senza nulla togliere al merito degli attuali ricercatori che hanno a
loro disposizione oltre al magnetofono i mezzi più sofisticati per la ripro-
duzione, vorrei ricordare che la ricerca della Wassermann è stata iniziata
prima della Guerra e l’allora studentessa doveva recarsi nelle varie loca-
lità del Friuli (abimè, alquanto lontane!) con un calessino e, quando oc-
correva, accompagnata da un maestro di musica che potesse trascrivere su
uno spartito qualche nota musicale, quando riusciva a reperire un pia-
noforte.
La pubblicazione di questo lavoro (anche se tardiva) renderà il giusto
merito e compenserà tante fatiche, mentre il Comune di Aviano potrà,
ancora una volta, andar fiero per l’opera meritoria di uno dei suoi figli.
DIOGENE PENZI
Pordenone, Marzo 1985.
PREFAZIONE
« O anima del Friuli, che sembra gaia ed è triste, che sembra lenta
ed è pensosa, che sembra mobile ed è fedele, armonizzata alla nobiltà
della sua terra, fra il litorale di Grado e l’Alpe Carnica, fra i veneti Giulii
e gli Euganei » (1).
Cost il D'Annunzio sintetizza quelle che sono le doti della « Piccola
Patria ».
Vi è, infatti, nell’indole friulana qualcosa di recondito e di miste-
rioso, che sfugge all’occhio di un osservatore superficiale.
« Popolo chiuso a se stesso, semplice, laborioso, modesto, direi quasi
casalingo, plasmato al ritmo peculiare della sua vita, che si è svolta e con-
tinua a svolgersi tra il manovrar dell’aratro sulla dura terra e l’agitar
della falce sul verde dei prati » (2), il Friulano nasconde sotto la sua rude
scorza un’anima nobile e generosa.
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Nobile e generosa non solo, ma, oserei dire, romantica. Infatti, se per
un lato mancano al Friulano « le fioriture, manca la grazia e la leggerezza
del concepire, la divina leggerezza che ride dalle “tavole” e dalle ‘carte’
venete e fiorentine, pure con tutto ciò, anzi appunto per ciò, il Friulano
è, in fondo, un sentimentale » (3).
La sobrietà del carattere, la serietà, « l’incapacità di sacrificare la so-
stanza alle apparenze non possono essere alimentate che da un’intima
fonte, la quale è in lui celata, quasi pudibonda ». Ha paura di sembrare
« romantico », di dirsi « sentimentale » (4).
Vi è forse nella semplicità di questo popolo un riflesso di quell’ani-
ma nordica, che sa assai bene alternare manifestazioni gaie a tristi, misto
a quella moderazione dell’animo che è propria del temperamento romano,
per cui si mescolano, nel carattere di questa nostra gente, « un’onestà a
base di buona fede » con una « sentimentalità in tono minore » (5).
Sintetizzando, direi che il Friulano ha una personalità sua propria,
vigorosa e inconfondibile, la quale si spiega soltanto rifacendosi alle con-
dizioni etniche e storiche specialissime, in cui venne a trovarsi, per lungo
periodo di secoli, il Friuli.
Premuta e oppressa dal ripetuto incalzare delle orde barbariche, con-
tro le quali seppe mantenere intatta e difendere la propria individualità,
la « Piccola Patria » fu costretta a vivere quasi sempre divisa dalle altre
regioni d’Italia e a costruirsi una vita a sé, diversa da quella delle genti
che la premevano da ogni lato; per cui essa ebbe una sua storia, una sua
lingua, una sua letteratura,
L’amore del Friulano per la propria terra, amore che va ben oltre
al semplice affetto per il borgo natio, trova profonda rispondenza anche
in quello che è l’aspetto della regione, incantevole nella sua austera bel-
lezza.
Il paese si estende sin là dove il piano, lentamente declinando verso
il mare, diventa melanconico e le colline ridenti delle Prealpi assumono,
nelle albe lattiginose e nei tramonti freddi, un aspetto pacato e triste.
Ma se da un lato il Friulano ha una individualità cosf spiccata ed è
un popolo prevalentemente conservativo, non si deve ritenere però ch’esso
sia rimasto talmente chiuso nel proprio ambito, da rimanere, in complesso,
estraneo ad ogni altra relazione con le genti vicine.
Perciò il fatto che il popolo friulano abbia una propria lingua ed
una propria letteratura artistica e popolare non costituisce motivo suffi-
ciente per farci pensare ch’esso sia rimasto esclusivamente cristallizzato
nelle sue tradizioni, separato dal mondo intorno a lui.
Cosî, per rimanere nel nostro campo, non è possibile che le canzoni
d’argomento amoroso, tragico, cavalleresco, religioso, che più esprimono
i sentimenti dell’umile gente e che si son più diffuse nelle regioni del-
l’Italia settentrionale, non siano penetrate anche fra il nostro popolo.
Mossa da queste considerazioni e spinta, in un primo tempo, dalla
curiosità d’indagare, poi allettata dal vivo desiderio di cooperare alla cono-
scenza della mia regione, iniziai cosf, per suggerimento del mio Maestro,
il prof. Vittorio Santoli, (al cui largo consiglio ed aiuto io debbo questo
mio lavoro), uno studio sistematico di ricerca sulla poesia popolare nel
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Friuli, per vedere quante canzoni narrative la « Piccola Patria » abbia in
comune colla restante tradizione italiana.
Impresa, certo, un po’ ardua, ma allettante, tanto più che era di
« andar cogliendo di su la bocca del popolo, da paese a paese, la parola,
il motto, la imagine, il fantasma che è testimonianza alla storia di tanti
secoli » (Carducci).
Già nel 1930 il Barbi vi aveva iniziato le prime indagini per mezzo
d’una sua allieva, la signora Renata Steccati-Krandel, indagini che, pur
rimanendo in un ambito alquanto ristretto, furono, tuttavia, proficue a tal
punto da darci, ad esempio, della Donna Lombarda non solo una lezione
veneta e una slava, ma persino una friulana (6).
Animata da risultati cosi soddisfacenti, stabilii di svolgere il mio pia-
no di ricerche sopra una più vasta zona: volli, cioè, esaminare i princi-
pali centri del basso, medio ed alto Friuli cosi da avere una visione com-
pleta della intensità di diffusione dei vari canti.
Siccome poi, oltre i canti, m’interessavano anche le melodie, il mae-
stro di musica, prof. Guglielmo Scarabello, mi trascrisse una settantina di
canzoni, non limitandosi ad una semplice frase melodica, ma riproducendo
il motivo completo.
Interessante sarebbe stato raccogliere i diversi spunti melodici di uno
stesso canto, poiché le melodie, pur avendo un tono comune, variano sen-
sibilmente di paese in paese.
Il testo delle canzoni è reso quale venne dettato o cantato o trascritto
dai miei collaboratori.
Sotto ciascuna lezione sta scritto il nome e la condizione sociale del-
la persona che la cantò, nonché il luogo dove il canto è stato raccolto.
Precede la raccolta, a guisa di introduzione, un breve studio su La
poesia popolare friulana, il quale indicando i primi inizi degli studî di poesia
popolare e caratterizzando le raccolte principali e i risultati conseguiti,
vorrebbe determinare quale genere di canti è stato raccolto, studiato, con-
siderato patrimonio tradizionale in Friuli.
Segue la parte conclusiva e più importante: notizie generali sui canti
iterativi, religiosi, narrativi, da me trascritti, e sulla loro posizione rispetto
alla tradizione generale; nonché un rudimentale studio filologico compa-
rativo sopra ogni singolo canto.
NOTE
(1) G. D'ANNUNZIO, Le faville del maglio, Tomo II, Milano, Treves, 1928,
pp. 280-281.
(2) A. SACCAVINO, La villotta friulana, « Le tre Venezie », nov. 1928, p. 35.
(3) B. CHIURLO. Lea letteratura ladina del Friuli, Roma, 1915, p. 7.
(4) Op. cit., pp. 7-8.
(5) Op. cit., p. 8.
(6) « Ce fastu? », Anno VITI, sett.-ott. 1932, p. 228 e segg.
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IL CANTO POPOLARE
È bene, prima di entrare in particolari, soffermarsi alquanto su alcuni
aspetti di carattere generale, per non incorrere nell’errore giustamente
osservato dal Goethe per cui « si fa spesso il nome di canto popolare e
non si sa sempre con chiarezza che cosa con ciò si debba pensare ».
Forse lo Hegel, osservando che il canto vero e proprio è « quello
destinato ad essere cantato o semplicemente canticchiato fra sé e sé e in
brigata »; che «i canti popolari..... hanno bisogno del canto che li accom-
pagni »; che «i canti che non vengono al loro tempo generalmente can-
tati sono di rado genuini », fu il primo che intuî profondamente la que-
stione.
Infatti, come dice bene il Santoli, (e qui mi piace riportare le sue
stesse parole) « sempre la poesia popolare è stata posta in relazione e
identificata col canto, anche se per lungo tempo la raccolta delle melodie
è stata trascurata perfino da grandi studiosi ».
« Il canto popolare in tanto s’identifica quindi con la poesia popolare
in quanto non c’è schietta poesia popolare che non sia cantata; ciò che è
in relazione col fatto che proprio della poesia popolare è “l'immediatezza
della gioia e del dolore”; che essa non ha bisogno “di molto contenuto,
di un’interiore grandezza e altezza, ché, al contrario, dignità, nobiltà, gra-
vità di pensteri sarebbero solo di ostacolo al piacere di esprimersi imme-
diatamente” (Hegel); che il “tono popolare” è dato da “quella semplicità
o ingenuità di sentimento” della quale ha cosî bene ragionato il Croce.
Il canto popolare non è distinguibile dalla poesia popolare, la quale è tale
non perché creata collettivamente dal popolo né perché confinata fra le
classi sociali inferiori (anche se questa possa essere la condizione dei tempi
più moderni, che per tale rispetto conservano più che non innovino o
creino originalmente, a differenza di altri tempi nei quali la diversità fra
poesia popolare e poesia d’arte era meno forte, e la poesia non era fatta
soltanto per essere letta), ma perché esprime sentimenti lievi e general-
mente umani o narra con semplicità di accento storie leggendarie o fanta-
stiche senza che vi si mostri spiccatamente e indissolubilmente l’indivi-
duabilità del creatore. Il progredire delle indagini, mentre ha mostrato
che all’origine di ogni canto c’è sempre un individuo poetante, che la fiori-
tura di generi di poesia popolare coincide con epoche di diffusa cultura
poetica nelle quali “la poesia viveva di vita reale presso ogni classe, e le
sue condizioni presso il popolo erano tali da potersi perfezionare e raffi-
nare assai, non per precetti o per istudio dotto e teorico, ma per fatto
di esperienza e di felice disposizione poetica dell’animo di tutti” (D. Com-
paretti, in “Rassegna settimanale”, 21 luglio 1878, p. 47), ha provato
anche che la distinzione fra poesia popolare e poesia d’arte se da una parte
è meramente psicologica, non d’essenza (‘c’è solo una poesia, la schietta,
vera; tutto il resto è solo approssimazione e apparenza”: Goethe, recen-
sione 1828 dei Dairos pubblicati da L. J. Rhesa), dall’altra, storicamente,
tende a ridursi di molto. Si è anche visto che per questo suo tono e fon-
damento psicologico e per le sue origini e i modi attraverso i quali vive
e vien trasmessa innovandosi, la poesia popolare è legata strettamente al
canto, è indissolubile dal canto e dalla melodia, anch'essi, naturalmente,
170 —
ni
“popolari”, e sottomessi alle stesse vicende della vita delle parole. Dal
suo contenuto psicologico e dal suo tono poetico, dalla sua indissolubile
unione con la melodia, il canto popolare riceve la sua caratteristica e pren-
de i modi della sua diffusione e persistenza. Il predominio della melo-
dia è stato più volte messo in rilievo: e chiunque ha sentito cantare canti
popolari o li ha raccolti, ha notato come dal ricordo della melodia venga
risvegliata la memoria delle parole; come venendo meno questa memoria
il testo verbale sia alterato e la capacità poetica del cantore supplisca
alle lacune; come uno stesso testo possa venire adattato a una nuova me-
lodia assumendo una nuova andatura. Naturalmente quel che vale per le
parole vale anche per le melodie: anch’esse si mutano; anch’esse sono,
spesso, particolarmente all’inizio e alla fine, contaminate; anch’esse accol-
gono facilmente formule melodiche; anch’esse, adattandosi a nuove circo-
stanze, cambiano la loro andatura » (1).
Di qui la necessità di raccogliere dalla tradizione orale tutto quello
che si può, senza esclusioni: pit ricco, più vario è il materiale, maggior
probabilità avremo di far luce su un argomento cosi difficile, per la com-
plessità dei problemi che presenta e per la scarsità dei documenti e delle
testimonianze che sopravvivono.
Solo un’accurata comparazione di più versioni di uno stesso canto ci
potrà permettere di fissarne la tradizione, di delinearne la storia.
(1) V. SANTOLI, I canti popolari italiani, Firenze, 1940, pp. 85-88.
INTRODUZIONE
Nella « Piccola Patria » colui che primo rivolse le sue indagini sulla
poesia popolare in Friuli fu il dott. Michele Leicht con la sua Primza cen-
turia di canti popolari friulani.
È la prima raccolta di villotte, a cui il Leicht fa precedere una pre-
fazione d’un certo valore, nonostante alcune ipotesi errate (1).
Nel 1867 Leicht pubblicava la Prizza e la seconda centuria di canti
popolari, precedute da due importanti prelezioni sul dialetto e sulla let-
teratura dialettale friulana (2).
A queste faceva seguito una Terza centuria, preceduta da una prele-
(1) Prima centuria di canti popolari con prefazione (per nozze Piccoli-Colussi),
Padova, Prosperini, 1865.
(2) Prima e seconda centuria di canti popolari friulani con prelezioni, Venezia,
Naratovitch, 1867.
— 171
=
zione di carattere linguistico; nella quale solo qua e là si tocca del canto
popolare (pp. 26-27) (3).
Nel marzo di quello stesso anno 1867 vedevano la luce, sotto il
titolo di Canti d’amore nel Friuli, le ventiquattro villotte del prof. Emilio
Teza con un breve studio di premessa (4).
Di queste, diciannove furono raccolte a S. Giovanni di Manzano e a
Buttrio da un amico dell’insigne studioso (p. 541), il dott. Nicola De
Brandis, le rimanenti furono scelte fra quelle che lo stesso Teza aveva
ascoltato « e nei dintorni di Udine e da friulani nel Veneto » (p. 545 n.).
Alle suaccennate raccolte seguono, in ordine di tempo, il Saggio di
canti popolari friulani di Giovanni Gortani (5), ripubblicati in « Bozzetti
Alpini » nel 1885; il sesto capitolo delle Merzorie della Carnia (1871,
pp. 43-47) in cui A. Arboit tratta di alcune villotte udite cantare a Piano
d’Arta con « tanta malinconia, tanto affetto, tanta parte d'anima che è
impossibile non rimanerne colpiti » (p. 43); le Villotte friulane (6) raccol-
te dallo stesso Arboit in numero di tremila e di cui ne pubblicò soltanto
un migliaio.
L’Arboit le raccolse in « otto anni », percorrendo «in largo e in
lungo per piani e per monti l’estesa provincia, origliando a tutti i canti
e a tutte le melodie, copiando dalla viva voce dei campagnoli e degli
alpigiani tutte le villotte che gli veniva fatto di udire » (p. 8).
" La raccolta presenta qualche difetto, proveniente dal fatto che l’Ar-
boit, essendo piacentino, non poteva avere un’ottima conoscenza del friu-
lano; pur tuttavia essa è una delle migliori per la sicurezza critica con
cui è condotta.
Nel 1882 il conte di Colloredo Mels pubblicava ottatansette villot-
te (7) « raccolte nell’alto Friuli a Colloredo, Vendoglio, Buja » « da un
felice poeta friulano, ora defunto, ab. G. B. Galerio, amantissimo nel
raccogliere tutto quello che avesse contribuito ad illustrare il dialetto di
questa non ultima parte d’Italia ».
Questo opuscolo, come dice bene il Chiurlo (8), è importante non
solo perché contiene alcune villotte inedite e molte varianti nuove, ma
soprattutto perché rappresenta una collezione fatta in luoghi determinati,
che rispecchia meglio di ogni altra il canto locale.
Dello stesso anno 1882 è un opuscolo di Carlo Podrecca (9); di esso
scrive il Chiurlo:
(3) Terza centuria di canti popolari friulani, Venezia, Naratovitch, 1867.
(4) Canti d’amore nel Friuli, in « Nuova Antologia », Vol. 4°, fasc. III, marzo
1867, pp. 540-546.
(5) Saggio di canti popolari friulani, Tip. Zavagna (Ed. P. Gambierasi), Udine,
7
(6) Villotte friulane, Piacenza, Del Maino, 1876.
(7) Per le faustissime nozze Brunetti-Cardini, Udine, Seitz, 1882.
(8) B. CHIURLO, Bibliografia ragionata della poesia popolare friulana, Udine,
1920, p. 31.
(9) C. PODRECCA, Villotte friulane per nozze Parravicini-Floriani, Cividale,
Fulvio, 1882.
172 —
« Sono ventisette villotte tradotte, con approssimazione e con tre-
quenti friulanismi, nel metro originario. Che se la traduzione pecca trop-
po spesso contro la freschezza degli originali, intende l’A. di esserne scu-
sato da “l’avere in queste ed in altre simili occasioni mirato a far cono-
scere ai parenti d’oltre Friuli le cose belle del suo natio dialetto, tanto
lontano dalla madre lingua » (10).
Una collezione più numerosa dei nostri canti è quella dell’Oster-
mann (11), la quale contiene ben duemilacentonovanta villotte. Forse ad
essa può farsi appunto di essere poco organica, « senza un criterio gene-
tico, né geografico » (12) e di comprendere anche poesia non popolare.
‘Tuttavia, offrendoci una notevole ricchezza di materiale, soprattutto ine-
dito, rivela un profondo amore e un vivo entusiasmo per i tesori lingui-
stici e sentimentali sparsi nella « Piccola Patria ».
Un'altra raccolta assai preziosa, per la quantità dei materiali inediti,
è quella del Tellini, il quale, nel suo Spieli de anime furlane, riporta ben
cinquemiladuecentotrentatre villotte. Ve ne sono in settenari, in quinari,
in decasillabi e endecasillabi; ma la maggioranza è costituita da canti in
versi ottonari. Sono disposte in ordine alfabetico e si capisce che sono
riportate due volte quelle che hanno una variante nella parola iniziale.
Per questo fatto il numero dato dovrà effettivamente diminuirsi di parec-
chie centinaia, poiché in media ognuna ha tre varianti, che talora sono
semplicemente di forma, ma spesso anche di concetto.
Nella stessa raccolta videro già la luce moltissime ninne-nanne, fila-
strocche, canzoncine varie, scioglilingua, indovinelli disposti pure secondo
lordine alfabetico della spiegazione.
Per la prima volta vengono pubblicati due canti narrativi: la Donna
Lombarda e La pesca dell’anello, entrambi raccolti a San Gervasio di Ni-
mis da una donna, certa Giacoma Gori. Importanti come documento di
poesia epico-lirica: uno dei pochi che esistono per il Friuli. Che anzi il
Tellini afferma:
« L’è inutil fa studiis kun kest piculissim material friulan kumò cia-
pat su. Par kumò, bisugne rakolzi e rakolzi te precise forme congervade
dal popul e rikuardasi ke ha impurtance linguistiche o leterarie o storike
ance la robe ke par inconcludent » (13).
Seguono tutte le altre categorie di poesie popolari, come invocazioni,
parodie religiose, chiapparelli, scherzi sui nomi di persona. Si tratta in-
somma di uno studio diligente anche se non completo, tale almeno da
servire di base ad ulteriori ricerche ed alla comprensione demopsicologica
del nostro popolo.
Quanto alle villotte l’autore sistema alfabeticamente quelle già rac-
colte dal Leicht, dal Gortani, dall’Arboit, dall’Ostermann, unendovi quelle
(10) B. CHIURLO, Bibliografia ragionata della poesia popolare friulana, Udine,
1920, p. 31.
(11) VALENTINO OSTERMANN, Vil/otte Friulane, Udine, Del Bianco, 1892.
(12) B. CHIURLO, op. cif., p. 43.
(13) ACHILLE TELLINI, Spieli de anime furlane, in «Il Tesàur de lenghe
furlane », 1922, fasc. IV, p. 798.
— 173
scoperte da lui. Queste, in maggior numero, sono varianti delle già co-
nosciute.
Il vantaggio della collezione sta nel fatto di aver l’autore notata la
provenienza di ogni canto singolo per cui è possibile rimediare, in parte,
al più grave difetto della raccolta dell’Ostermann.
Un ampio studio di ricerca è stato pure iniziato dalla Società Filolo-
gica Friulana, la quale si è occupata di raccogliere non solo le villotte e
gli altri canti popolari, ma anche le rispettive melodie. Per merito suo
« noi possediamo oggi una raccolta di quasi centocinquanta villotte o canti
diversi inediti, provenienti dalla Carnia e dai vari luoghi di montagna e
di pianura. Ove alle inedite s’aggiungano poi la sessantina o settantina di
villotte già edite, anche facendo un largo conto dei doppioni e delle cose
insignificanti che non saranno utilizzati, possiamo ben dire d’aver già tra
mano il materiale per una silloge abbondante e importante di canti popo-
lari, quale forse non può vantare fin qui alcun’altra regione » (14).
L’opera iniziata con tanto entusiasmo e che tuttora continua è degna
della più schietta ammirazione; poiché nulla è più sentito di questa mu-
sica che nasce spontanea e immediata dal cuore. Il Friulano, infatti, non
può rimanere indifferente dinanzi al nostalgico incanto che si sprigiona
dalla propria terra: vi è in essa diffuso quel senso di mistero e di dolce
melanconia che trova il più immediato riscontro nel tono poetico delle
sue canzoni.*
Dopo questo breve excursus, possiamo senz’altro affermare che, men-
tre gli studiosi si sono preoccupati soprattutto di raccogliere e di studiare
il canto popolare prevalente nel Friuli, la cosiddetta « villotta friulana »,
nessuna attenzione essi hanno rivolto alla poesia popolare narrativa, di cui
il nostro paese è ricco non meno degli altri.
Noi sappiamo, infatti, che « non esiste una poesia popolare piemon-
tese, toscana o bretone e neanche, a dire il vero, italiana (o francese, ca-
talana e via dicendo); che esistono, invece, canti, ognuno dei quali ha una
tradizione che non coincide mai con quella di un altro » (15).
È necessario ricondurre tale tradizione all’origine, è necessario supe-
rare il frazionamento che tutt'ora sussiste nei vari paesi; poiché, come
osserva il Menéndez Pidal, « la mayorìa de los folkloristas piensan princi
palmente en la individualidad tradicional de la comarca que estudian, ante
la qual olvidan el conjunto geografico de que aquella comarca forma parte.
Se ha coleccionado y estudiado, por ejemplo, un romancero asturiano,
otro castellano, otro chileno, otro catalàn, otro portugués, otro judîo ...,
pero el romancero espanol no aparece por ninguna parte. Lo mismo sucede
en Francia: uno recoge y estudia los cantos del Ain, otro los del Delfina-
do y Saboya, otro los del Bas-Quercy, otro los de Poitou y Saintonge . ...
Y este fraccionamiento no ha sido superado realmente » (16).
Orbene, il frazionamento, di cui parla Menéndez Pidal, « allora potrà
(14) « Ce fastu? », Udine, 1931, p. 119.
(15) V. SANTOLI, Cinque canti popolari dalla raccolta Barbi, negli « Annali del-
ia R. Scuola Normale Superiore di Pisa », Bologna, 1938, Fasc. II-III, p. 115.
(16) RFE 7, 1920, 318.
174 —
"
venire definitivamente smesso come un'illusione campanilistica o provin-
ciale quando gli studiosi potranno disporre di una più abbondante docu-
mentazione » (17), quando per ogni parte d’Italia, si sarà iniziata un’am-
pia raccolta dei suoi canti popolari: soltanto cosî sarà possibile « rico-
struire con più sicuro fondamento di fatti la storia di questa parte del-
l’arte nostra e dell’anima nazionale » (18).
E per fare ciò noi dobbiamo ricorrere al popolo, il quale rielabora
e trasforma, ovunque alla sua maniera, quello che è il patrimonio tradi-
zionale di diversi secoli.
Infatti, come dice bene il Santoli, « la critica e filosofia moderne han-
no superato ormai il pregiudizio che tradizione e riproduzione siano un
processo veramente meccanico e hanno riconosciuto la spiritualità e anche
creatività che è connessa al mantenere e all’innovare » (19); onde, pur
« riconfermando che le canzoni epico-liriche hanno quale centro d’irradia-
zione il Piemonte, bisognerà però aggiungere che si sono diffuse (conser-
vando di solito il medesimo spunto melodico, nonostante varianti ritmi-
che e modali) ben oltre i confini dei dialetti gallo-italici; e non solo il
Veneto ne ha molte, ma moltissime ne ha la Toscana, in versioni molto
numerose, come ha provato la raccolta Barbi; e più o meno (per quanto
bisogni stare ai risultati dei raccoglitori, non sempre inîelligenti e sagaci)
esse si trovano sparse in tutta Italia fino all’estrema Sicilia. La stretta
delimitazione che parve esistere un tempo si è rivelata insussistente: invece
che d’una linea di confine sarà piuttosto il caso di parlare d’un’intensità
più o meno grande nelle varie parti d’Italia » (20).
La prova più evidente di questa rielaborazione dei canti da parte del
popolo è data, infatti, non solo dalle varianti, che innumerevoli si svol-
gono intorno al ceppo comune, ma anche dall’espressione linguistica.
Ora, in Friuli, non si parla solo il friulano, ma anche il veneto e lo
sloveno, con questa differenza: che, mentre lo sloveno è ristretto alla pura
zona di confine, il veneto si è diffuso in tutta la regione ed è ritenuto dal
popolo la maniera più adatta ad esprimersi quando parla con*persona di
riguardo. Perciò il fatto che le canzoni narrative, che io ho raccolto, si
trovino quasi tutte espresse in dialetto veneto, tranne qualcuna in forma
ibrida (misto di friulano e veneto, di veneto e italiano) e qualche altra
in forma più o meno italiana, non significa già che esse siano derivate
senz'altro dalle regioni venete, ma piuttosto da luoghi diversi e poi si
siano trasformate nella forma attuale. Prova ne sia che il dialetto, in cui
esse si trovano espresse attualmente, non coincide già con il veneziano,
il triestino, il padovano, ecc., ma ha una forma sua propria.
Del resto, come osserva giustamente il Santoli, « solo con infinite
restrizioni è lecito parlare di una poesia popolare siciliana, catalana o sve-
(17) V. SANTOLI, Cinque canti popolari dalla raccolta Barbi, negli « Annali del-
la R. Scuola Normale Superiore di Pisa », Bologna, 1938, Fasc. II-III, p. 115.
(18) MICHELE BARBI, Poesia popolare italiana, Firenze, 1939, p. 9.
(19) V. SANTOLI, I canti popolari italiani, Firenze, 1940, p. 56, n. 3.
(20) V. SANTOLI, I canti popolari italiani, Firenze, 1940, p. 97.
— 175
dese; ogni genere e ogni singolo canto hanno una storia loro propria, qua-
si mai precisamente ristretta nei confini di una regione o di una nazione ».
Né ciò vale soltanto per territori relativamente omogenei dal punto
di vista linguistico. I canti popolari migrano con grandissima facilità anche
fra paesi linguisticamente molto diversi, quando ci siano fra di loro scam-
bi, soprattutto frequenti. Cosî la canzone italiana della Donna Lombarda
suona su bocche slovene; numerose canzoni francesi sono state tradotte
in basco e in armoricano, hanno passato la Manica e hanno esercitato in-
fluenza su ballate inglesi e scozzesi, alcune delle quali a loro volta non
sono state ignote ad autori di ballate nordiche e tedesche, le quali ultime
vennero a loro volta tenute presenti da cantori slavi; il tema di Kudrun
{probabilmente attraverso ballate tedesche) passò, oltreché in tutto il Nord
scandinavo, in Spagna (romance di Don Bueso), e ha lasciato anche, pare,
tracce in Francia e in Italia; canti popolari svedesi sono penetrati in
discreto numero tra i Finni.
La storia di queste correnti di cultura è ancora in gran parte da fare.
Né farla è certo impresa facile: ché in vista di essa affinità generi-
che di contenuto, le quali possono essere causali, effetto di sentimenti e
di rappresentazioni elementari comuni a una parte più o meno estesa del
genere umano, di rado recano lume. Come sarebbe assai facile provare,
la.sccperta di tali generiche affinità ha avuto anzi spesso per effetto di far
perder di vista i tratti individuati di forme geneticamente diverse nella
nebulosa di « motivi » astratti. Ma le difficoltà non sono una buona ra-
gione per persuadere alla rinuncia.
Questo, intanto, è dato affermare: che più tale storia sarà determi-
nata, più essa porterà a sfatare il pregiudizio di una poesia popolare sorta
dalle viscere dei popoli concepiti come mondi senza finestre; a dimostrare
quanto in comune abbiano anche in questa sfera non solo genti di un
territorio relativamente omogeneo dal punto di vista linguistico, ma anche
popoli diversi; come anche in queste manifestazioni minori la cultura
europea sia per tanta parte una » (21).
(21) V. SANTOLI, I canti popolari italiani, Firenze, Sansoni, 1940, pp. 70-74.
176 —
PARTE PRIMA
I CANTI ENUMERATIVI E ITERATIVI
Uno dei grandi generi schiettamente tradizionali è quello dei canti
enumerativi e iterativi.
Trascurati e misconosciuti dai raccoglitori, i quali li hanno inseriti
ora fra i giuochi fanciulleschi, ora fra i canti lirici, ora fra i narrativi, sono
stati messi in particolare rilievo dal Barbi, al quale dobbiamo il merito di
aver dato al genere il posto che gli spetta nel campo della poesia popolare.
In un articolo del 1934, l’insigne studioso osserva con disappunto
come « le cantilene o filastrocche o canzoni iterative, benché più univer-
salmente diffuse e storicamente non meno importanti, non abbiano trovato
fortuna. Invano — egli dice — studiosi di poesia popolare per quel tanto
che di essa rimane nei manoscritti e nelle stampe misero in luce testimo-
nianze e testi di canzoni varie popolarissime per più secoli in città e in
campagna, come la Girometta, la Mosca mora, Bella che vai al mercà, ecc.;
nessuno si diede pensiero di farne accurata ricerca nella tradizione viva,
e se per caso qualche frammento o qualche testo venne innanzi fra le
cantilene per addormentare o trastullare i bambini, di rado si seppe rico-
noscere qual canto fosse stato una volta e qual maggiore importanza aves-
se avuto nella vita sociale dei secoli passati; e una parte notevolissima
dell’antica poesia italiana (come mostrerà la mia raccolta di canti toscani)
rimase cosi all'oscuro invece di far bella mostra di sé accanto agli stram-
botti e alle canzoni epico-liriche » (1).
Eminentemente tradizionali sono in effetti questi canti, poiché taluni
di essi risalgono all’Ottocento, talaltri al Cinquecento e persino al Me-
dicevo.
La loro caratteristica è nel gusto dell’enumerare e del ripetere; sono
canti nei quali « uno stesso motivo vien ripreso a regolari intervalli in
strofe del tutto simili, fra le quali, successivamente, la differenza è data
solo dal mutamento (che fa sî che il canto possa procedere) di qualche
nome o di qualche particolare, e alle quali spesso, in eguale posizione,
viene aggiunta una ripresa, la maggior parte delle volte progressiva, o un
ritornello, che talora è insieme e ripresa e ritornello » (2).
Gioia dell’enumerare, dunque, seppure questo motivo non sia sempre
dominante. Ci sono infatti delle canzoni nelle quali ciò che veramente
conta è lo schema metrico-musicale, « altre, nelle quali l’enumerazione è
protratta solo per guadagnare tempo onde esprimere alla fine il desiderio
della ragazza innamorata o del finto cieco mendico che vorrebbe non la
comune elemosina ma le grazie della signora; altre, ancora, nelle quali la
difficoltà e l’interesse sono nel mutare e insieme conservare la rimalmezzo,
o insieme alla gioia dell’enumerare, nel variare la concordanza delle rime;
(1) M. BARBI, Poesia popolare italiana, Firenze, Sansoni, 1939, pp. 141-142. Da
« Pan »: Rassegna di lettere arte e musica diretta di Ugo Ojetti, settembre 1934.
(2) V. SANTOLI, I canti popolari italiani, Firenze, Sansoni, 1940, p. 100.
— 177
altre, infine (e sono forme un po’ più adulte, anche se poi spesso finite
tra i canti fanciulleschi) nelle quali al piacere dell’enumerazione s’accom-
pagna il gusto di mettere in ridicolo l’amatore gabbato, specialmente se
uomo di chiesa, la caricatura dei frati, la gioia maliziosa dell’allusione alle
bellezze segrete che una donna deve avere per esser bella, o all’avarizia
della femmina che tarda a concedersi solo per ottenere un prezzo maggiore.
Accanto a queste forme ce ne sono altre più semplici, nelle quali
l’enumerazione si sgrana quasi nel modo con cui si sgranano le perline di
un rosario, e che confinano perciò colla filastrocca.
A seconda della sua origine e dell’uso, varia è la forma metrica delle
canzoni iterative. Se ne hanno alcune composte di brevi strofe, le quali
differiscono solo per il mutamento di qualche nome o particolare; altre
che alle strofe aggiungono una ripresa o un ritornello o, insieme, una
ripresa e un ritornello. In alcune canzoni si hanno dei versi introduttivi
e dei versi finali i quali, anche se metricamente identici agli altri, ne dif-
feriscono alquanto per le parole, contenendo la conclusione del canto.
Data la loro natura, non è possibile ricavare da queste canzoni uno
schema metrico fisso, ed è dato soltanto caratterizzarne la costruzione ge-
nerica: un esame delle differenze specifiche essendo possibile soltanto nel-
lo studio di ogni singolo canto.
Si has dunque, in alcune (e più precisamente in due) di queste can-
zoni iterative un’introduzione la quale dichiara l'argomento.
Lo schema delle strofe è, come facilmente s’intende, vario, anche se
molto semplice. Avremo, nelle canzoni più semplici, strofe di due soli
versi, uguali o anche differenti, con rima o assonanza, o anche senza. In
questo caso, essendo la strofa cosî esigua, ad essa segue costantemente
la ripresa o il ritornello, o insieme ripresa e ritornello.
Le strofe di tre versi sono più rare. Notevole la canzone de La donna
mora, composta di strofe di tre decasillabi, dei quali il terzo è la semplice
ripetizione del primo, con rimalmezzo fra il primo emistichio del primo
verso e il secondo verso.
Si hanno, poi, canzoni composte di quartine ora molto semplici e
monotone (AABB), senza ripresa e ritornello, ora più varie e a coppia. Al
solito, differente è volta a volta la composizione di queste strofe di quat-
tro versi di misura diversa nelle varie canzoni e nelle strofe di una stessa
canzone, rimanti o assonanti fra loro in vario modo, spesso monorimi
tronchi. Forme metriche più complesse o più varie offrono canzoni per
ballo o satiriche, le quali per questo loro carattere mostrano evidentemente
un’origine più riflessa.
C'è infine una canzone iterativa nella forma del tetrastico dell’Italia
settentrionale, o, meglio, dello strambotto romagnolo (AABBCCDD) nella
quale il primo tetrastico vien cantato una sola volta, e si riprende invece
nel secondo, variando successivamente la rima dei versi 5 e 6.
Consideriamo, ora, le forme della ripresa. La quale è di due specie:
o fissa, tale — cioè — che conserva sempre lo stesso numero e la stessa
specie di versi, variando soltanto alcuni particolari, in relazione alla strofa
precedente; o più comunemente, progressiva.
Gli esempi di ripresa progressiva sono molto più frequenti e si rin-
novano anche oggi continuamente.
178 —
Di solito, la ripresa è cantata in coro o in coro più pieno che la strofa
alla quale la ripresa tien dientro: di qui la larga diffusione di queste
canzoni iterative nelle brigate e il larghissimo uso di esse da parte dei
fanciulli nei loro giochi, anche di quelle che per la loro origine e il loro
significato parrebbero le meno adatte all’infanzia. Una forma un po’ più
complicata di ripresa offre la canzone Ballerai tu, villanella, nella quale i
versi della ripresa hanno una rima o assonanza interna (3).
Ritornando ai canti inediti della mia tesi, possiamo senz’altro suddi-
videre questi secondo i diversi metri di cui abbiamo parlato.
La raccolta s’inizia con un canto enumerativo per eccellenza: la storia
del merlo, che, un po’ alla volta, perde tutte le parti del suo corpo (4).
« L’enumerazione si sgrana — proprio come dice bene il Santoli —
quasi nel modo con cui si sgranano le perline di un rosario » (5): si tratta
di una forma molto semplice, che confina colla filastrocca.
Seguono canti di due soli versi uguali o anche differenti, con rima o
assonanza, o anche senza. Completa la brevità della strofa la ripresa o il
ritornello, che il più delle volte è ripresa e ritornello. Esempi di tale me-
tro sono: Na mattina andando al mercato e Alla fiera di Maestro Andrea.
Né mancano esempi di ripresa progressiva: ce li offrono i canti: Verrà
il giorno di lune, Caro compare, cosa sai suonare?; come non mancano
quelli di ripresa fissa (Senzi Marianna, la mamma la ti chiama).
Altre forme, quali ritroviamo nel canto Io vorrei la cameriera, e in
quello de La donna mora, si compiacciono rispettivamente di variare la
concordanza delle rime oppure di mutare e conservare la rimalmezzo.
Forme più adulte rappresentano la canzone di Padre Formicola, erro-
neamente posta tra i canti narrativi, e I calderai, ove, alla gioia dell’enu-
merare s’unisce il gusto di mettere in ridicolo i difetti delle persone, so-
prattutto morali.
La maggior parte dei canti è costituita da un metro molto semplice,
quasi direi il più elementare: brevi strofe che differiscono solo per il
mutamento di qualche nome o particolare, ovvero strofe la cui ripresa è.
progressiva.
(3) V. SANTOLI, I canti popolari italiani, Firenze, Sansoni, 1940, pp. 160-171.
(4) « A questa cantilena fu dato dal popolo significato politico, alludendo alla
decadenza dell’Austria, da cui si staccavano le provincie come le parti del corpo da
questo povero merlo. Il canto appartiene originariamente alla categoria delle cantilene
fanciullesche ed è nato con molta probabilità in Francia. Nella « Revue des Langues
Romanes » (II serie, v. II) sono pubblicati alcuni canti popolari della Linguadoca,
di cui trascrivo la prima strofa:
Le merl n’a perdut le bec (bis)
Comment f-ra-t-il le merl?
Comment pourra-t-il chanter?
Emai encaro canto,
Le paure merle, merle;
Emai encaro canto,
Le paure merlatou.
Canti popolari trentini raccolti da Albino Zenatti - editi e illustrati da Anna
Pasetti - G. Carabba - Lanciano, p. 165.
(5) V. SANTOLI, I canti popolari italiani, Firenze, Sansoni, 1940, p. 162.
— 179
ABBREVIAZIONI E BIBLIOGRAFIA PARTICOLARE
BARBI = MICHELE BARBI, Poesia popolare italiana, Firenze, Sansoni, 1939.
BARBI, P. PIST. = MICHELE BARBI, Studio sulla poesia popolare pistoiese, Fi-
renze, Carnesecchi, 1895,
CHINI = MARIO CHINI, Canti popolari umbri, raccolti nella città e nel contado
di Spoleto, Todi, Casa Editrice « Atanar », 1918.
FERRARO, B. MONF. = Canti popolari del Basso Monferrato, raccolti ed annotati
da Giusepue Ferraro, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1888 (= Curiosità popolari
tradizionali, pubblicate per cura di Giuseppe Pitrè, vol. V).
GIANNINI = Canti popolari della montagna lucchese, raccolti e annotati da Giovanni
Giannini, Torino-Firenze-Roma, Loescher, 1889 (= Canti e racconti del popolo
Ao illusa per cura di Domenico Comparetti ed Alessandro D'Ancona,
* vol. ).
IVE = Canti popolari istriani, raccolti a Rovigno ed annotati da Antonio Ive, Roma-
Torino-Firenze, Loescher, 1877 (= Canti e racconti del popolo italiano, pubblicati
per cura di Domenico Comparetti ed Alessandro D'Ancona, vol. V).
MAZZUCCHI = Vecchi canti popolari del Polesine, raccolti da Pio Mazzucchi, Castel
Guglielmo, aprile 1929.
PASETTI = ANNA PASETTI, Canzoni narrative raccolte a Chizzola nel Trentino, in
« Studi Romanzi », vol. XVIII, 1926, pp. 5-46.
REVUE = « Revue des Langues Romanes », Montpellier, 1876.
SANTOLI = VITTORIO SANTOLI, I canti popolari italiani, Firenze, Sansoni, 1940.
180 —
Testi
ita
IL MERLO
HA PERSO IL BECCO
Per lo studio di questo canto si tengano presenti le seguenti versioni:
Francia — Una versione pubblicata in « Revue de Langues Romanes», II Serie,
vol. II, p. 295.
Venezie — Una versione raccolta a Chizzola nel Trentino: Pasetti, p. 165; una del
Polesine: Mazzucchi, p. 11.
Toscana — Quattro versioni pistoiesi: Bardi, P.P.P., p. 8 e pp. 26-27.
Una versione non localizzata ha pubblicato:
Canzoni della Montagna - Seconda edizione completamente rifatta, 1937 - Edito dal-
l’Emporio Musicale Gabrielli - Trento - A cura dell’ Associazione Universitaria Cattolica
Trentina - Federazione Universitaria Cattolica Italiana, p. 93.
Questo canto è pure ricordato dal Santoli ne I canti popolari italiani, p. 163.
IL MERLO L’HA PERSO IL BECCO
Il merlo l’ha perso il becco,
come faralo a cantar. (bis)
Il merlo l'ha perso il becco,
Povero merlo mio,
come faralo a beccar.
Il merlo l’ha perso il naso,
come faralo a nasar. (bis)
Il merlo l’ha perso il becco, il naso,
Povero merlo mio,
come faralo a nasar.
Il merlo l’ha perso un ocio,
come faralo a veder. (bis)
Il merlo l’ha perso il becco, il naso, un
ocio,
Povero merlo mio,
come faralo a veder.
Il merlo l’ha perso due oci,
come faralo a veder. (bis)
.Il merlo l’ha perso il becco, il naso, un
ocio, due oci,
Povero merlo mio,
come faralo a veder.
II merlo l’ha perso una recia,
come faralo a sentir. (bis)
I! merlo l’ha perso il becco, il naso, un
ocio, due oci, una recia,
Povero merlo mio,
come faralo a sentir.
II merlo l’ha perso due recie,
come faralo a sentir. (bis)
Il merlo l’ha perso il becco. il naso, un
ocio due oci, una recia, due recie,
Povero merlo mio,
come faralo a sentir.
Il merlo l’ha perso un’ala,
come faralo a volar. (bis)
II merlo l’ha perso il becco, il naso, un
ocio, due oci, una recia, due recie,
un'ala,
Povero merlo mio,
come faralo a volar.
Il merlo l’ha perso due ale,
come faralo a volar. (bis)
Il merlo l’ha perso il becco, il naso, un
ocio, due oci, una recia, due recie,
un’ala, due ale,
Povero merlo mio,
come faralo a volar.
.
Il merlo l’ha perso una gamba,
come faralo a saltar. (bis)
Il merlo l’ha perso il becco, il naso, un
ocio, due oci, una recia, due recie,
un’ala, due ale, una gamba,
Povero merlo mio,
come faralo a saltar.
Ii merlo l’ha perso due gambe,
come faralo a saltar. (bis)
Il merlo l’ha perso il becco. il naso, un
ocio. due oci, una recia, due recie.
un’ala, due ale, una gamba, due
gambe.
Povero merlo mio,
come faralo a saltar
Il merlo l’ha perso Ja coda,
come faralo a scodar. (bis)
II merlo l’ha nerso il becco. il neso. un
ocio. due oci. una recia, de recie.
un'ala, due ale, una samba. due
gambe, la coda,
— 181
Povero merlo mio,
come faralo a scodar.
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Giacoma Fabbro di anni 65 - contadino
» da Basilio Wassermann di anni 65 - contadino.
IL MERLO GA PERSO ]L BECCO
Il merlo ga perso il becco, come farà a
beccar.
O povero merlo mio, come farà a beccar.
come farà a
veder.
gli oci,
farà a veder.
Il merlo ga perso gli oci,
Il merlo ga perso il becco,
O povero merlo mio, come
Il merlo ga perso le orece, come farà a
sentir.
Il merlo ga perso il becco, gli oci, le orece,
O povero merlo mio, come farà a sentir.
Il merlo ga perso le ali, come farà a volar.
Raccolta a Sanguarzo di Cividale del Friuli.
Cantata da Giuseppe Boscutti di anni 35 - possidente.
II merlo ga perso il becco, come farà a
beccar.
E! il merlo ga perso il becco,
Povero merlo mio, (bis) come farà a beccar,
Il merlo ga perso un ocio, come farà a
ociar.
E! il merlo ga perso il becco, un ocio,
Povero merlo mio, (bis) come farà a ociar.
Il merlo ga perso due oci, come farà a
ociar
E! il merlo ga perso il becco, un ocio e
due oci,
Raccolta a Tarcento.
Cantata da Lucia Toso di anni 22 - contadina
Il merlo ga perso il becco, gli oci, le orece,
le ali,
O povero merlo mio, come farà a volar.
Il merlo ga perso le gambe, come farà a
camminar.
Il merlo ga perso il becco, gli oci, le orece,
le ali, le gambe,
O povero merlo mio, come farà a cam-
minar.
Il merlo ga perso il becco, gli oci, le orece,
le ali, le gambe ed il respir,
O povero merlo mio, ti toccherà morir.
(bis)
Povero merlo mio, (bis) come farà a ociar.
Il merlo ga perso la lingua, come farà a
linguar.
E! il merlo ga perso il becco, un ocio, due
oci e la lingua,
Povero merlo mio, (bis) come farà a lin-
guar.
Ii merlo ga perso la coda, come farà a
codar.
E! il merlo ga perso il becco, un ocio, due
oci, la lingua, e la coda,
Povero merlo mio, (bis) come farà a codar.
—IT-
UNA MATTINA ANDANDO AL MERCATO
Vedi: SANTOLI, I canti popolari italiani, p. 165.
Una mattina, andando al mercato,
182 —
Incontrai +una francesina+ (1) (bis)
Francesina « oui monsieur »
Piamunteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va ’l biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una milanese+ (bis)
Milanese « ciulla ciulla »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va "1 biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai tuna bergamasca+ (bis)
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « oiu monsieur »
Piamunteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va 1 biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una veneziana+ (bis)
Veneziana « ospia ospia »
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « oui monsieur »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va "1 biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una friulana+ (bis)
Friulana « pursite madocie »
Veneziana « can de l’ospia »
Bermagasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « oui monsieur »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va "I biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una bolognese+
Bolognese « brisa brisa »
Friulana « pursite madocie »
Veneziana « can de l’ospia »
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « oui monsieur »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va ’l biroc.
*
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una toscanina* (bis)
Toscanina « donna hanne »
Bolognese « brisa brisa »
Friulana « pursite madocie »
Veneziana « ospia ospia »
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « cui monsieur »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va "1 biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai tuna romana+ (bis)
Romana « miotta miotta »
Toscanina « donna hanne »
Bolognese « brisa brisa »
Friulana « pursite madocie »
Veneziana « ospia ospia »
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « oui monsieur »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai
al va ’l biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una napoletana+ (bis)
Napoletana « gazzo gazzo »
Romana « miotta miotta »
Toscanina « donna hanne »
Bolognese « brisa brisa »
Friulana « pursite madocie »
Veneziana « ospia ospia »
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « oui monsieur » _*
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va ’l biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una siciliana+ (bis)
Siciliana « minchia minchia »
Napoletana « gazzo gazzo »
Romana « miotta miotta »
Toscanina « donna hanne »
Bolognese « brisa brisa »
Friulana « pursite madocie »
Veneziana « ospia ospia »
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « cui monsieur »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
(1) Il ritornello si riferisce solo alle parole comprese fra le due crocette, (+).
Noi partiremo e sul tranvai
al va ’l biroc.
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una tripolina+ (bis)
Tripolina «sbarra sbarra »
Siciliana « minchia minchia »
Napoletana « gazzo gazzo »
Romana « miotta miotta »
Toscanina « donna hanne »
Bolognese « brisa brisa »
Friulana « pursite madocie »
Veneziana « ospia ospia »
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « cui monsieur »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va ’1 biroc.
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Damenico De Luca di anni 50 -
STA MATTINA
Sta mattina, andando al mercato,
Inconttai una piemontese — tese:
E la piemontese « ma dacci contar ».
Noi partiremo, noi partiremo,
Noi partiremo soldati o marinar.
Sta mattina, andando al mercato,
Incontrai una friulana -- ana:
La friulana « fraccia fraccia »
La piemontese « ma dacci conta ».
Noi partiremo, noi partiremo,
Noi partiremo soldati o marinar.
Sta mattina, andando al mercato,
Incontrai una veneziana — ana:
La veneziana « ocio ocio »
La friulana « fraccia fraccia »
La piemontese « ma dacci conta ».
Noi partiremo, noi partitemo,
Noi partiremo soldati o marinar.
Sta mattina, andando al mercato,
Incontrai una trevisana — ana:
La trevisana « ospia ospia »
La veneziana « ocio ocio »
La friulana «fraccia fraccia »
La viemontese « ma dacci contà ».
Noi partiremo, noi partiremo,
Noi partiremo soldati o marinar.
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Frnesto Dall’Arche di anni 26 - contadino.
0:
Una mattina, andando al mercato,
Incontrai +una germanina+ (bis)
Germanina « nicht verstanden »
Tripolina « sbarra sbarra »
Siciliana « minchia minchia »
Napoletana « gazzo gazzo »
Romana « miotta miotta »
Toscanina « donna hanne »
Bolognese « brisa brisa »
Friulana « pursite madocie »
Veneziana « ospia ospia »
Bergamasca « hutta hutta »
Milanese « ciulla ciulla »
Francesina « cui monsieur »
Piamonteis « parei parei »
Noi partiremo, domani mattina,
Noi partiremo e sul tranvai,
al va "1 biroc.
contadino.
ANDANDO AL MERCATO
Sta mattina, andando al mercato,
Incontrai una milanese — nese:
La milanese « ciulla ciulla »
La trevisana « ospia ospia »
La veneziana «ocio ocio »
La friulana « fraccia fraccia »
La piemontese « ma dacci contà ».
Noi partiremo, noi partiremo,
Noi partiremo soldati o marinar.
Sta mattina, andando al mercato,
Incontrai una bolognese — gnese:
La bolognese « socma socma »
La milanese « ciulla ciulla »
La trevisana « ospia ospia »
La veneziana « ocio ocio »
La friulana « fraccia fraccia »
La piemontese «ma dacci contà ».
Noi partiremo, noi partiremo,
Noi partiremo soldati o marinar.
Sta mattina, andando al mercato,
Tncontrai una toscanina— nina:
La toscanina « hanne hanne »
La bolognese « socma socma »
La trevisana « ospia ospia »
La veneziana « ocio ocio »
La friulana « fraccia fraccia »
La piemontese « ma dacci contà ».
Noi partiremo, noi partiremo,
Noi partiremo soldati o marinar.
Castume del Friuli Occidentale {Claut}.
— 185
—IIl-
CHI HA MANGIATO
Vadi: BARRI, Poesia popolare italiana, p. 43.
Vedi: SANTOLI, ! canti popolari italiani, p. 145.
— Chi ha mangiato il becco dell’anitra? —
— L’ho mangiato io, io, i0....—
Becco mio,
Becco tuo,
Becco con becco,
È un gran sospetto.
Vieni qua a mangiare l’anitra
Vieni qua farem l’amor.
— Chi ha mangiato la testa dell’anitra? —
— L’ho mangiata io, io, io....—
Testa mia,
Testa tua,
Testa con testa,
È una gran tempesta,
Becco mio,
Becco tuo,
Becco con becco,
È un gran sospetto.
Vieni qua a mangiare l’anitra
Vieni qua farem l’amor.
— Chi ha mangiato il collo dell’anitra? —
— L’ho mangiato io, io, io.... —
Collo mio,
Collo tuo,
Collo con collo,
È un gran pandolo,
Testa mia,
Testa tua,
Testa con testa,
È una gran tempesta,
Becco mio,
Becco tuo,
Becco con becco,
È un gran sospetto.
Vieni qua a mangiare l’anitra
Vieni qua farem l’amor.
— Chi ha mangiato le ali dell’anitra? —
—Le ho mangiate io , io, io....-
Ale mie,
Ale tue,
Ale con ale,
Gran farfale,
Collo mio,
Collo tuo,
Collo con collo,
Un gran pandolo,
Testa mia,
Testa tua,
Testa con testa,
Una gran tempesta,
186 —
IL BECCO
DELL’ANITRA
Becco mio,
Becco tuo,
Becco con becco,
È un gran sospetto.
Vieni qua a mangiare l’anitra
Vieni qua farem l’amor.
— Chi ha mangiato la schiena dell’anitra? —
-— L’ho mangiata io, io, io....—
Schiena mia,
Schiena tua,
Schiena con schiena,
Una gran balena,
Ale mie,
Ale tue,
Ale con ale,
Gran farfale,
Collo mio,
Collo tuo,
Collo con collo,
Un gran pandolo,
Testa mia,
Testa tua,
Testa con testa,
Una gran tempesta,
Becco mio,
Becco tuo,
Becco con becco,
È un gran sospetto.
Vieni qua a mangiar l’anitra
Vieni qua farem l’amor.
— Chi ha mangiato le gambe dell’anitra? —
— Le ho mangiate io, io, io....—
Gambe mie,
Gambe tue,
Gambe con gambe,
Cose strambe,
Schiena mia,
Schiena tua,
Schiena con schiena,
Una gran balena,
Ale mie,
Ale tue,
Ale con ale,
Gran farfale,
Collo mio,
Collo tuo,
Collo con collo,
Un gran pandolo,
Testa mia,
Testa tua,
Testa con testa,
Una gran tempesta,
Becco mio,
Becco tuo,
Becco con becco,
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Vittorio Florian di anni 26 contadina
» da Antonio Dal Col di anni 28 - contadina
È un gran sospetto.
Vieni qua a mangiare l’anitra
Vieni qua farem l’amor.
» da Severio Wassermann di anni 28 - cantadino
» da Silvia Zanoalin di anni 25 - contadino.
CHI HA MANGIATO IL BECCO DELL’ANITRA
-— Chi ha mangiato il becco,
Il becco dell’anitra....— (bis)
— Lo go mangiato io....
Becco mio,
Becco tuo,
Becco con becco,
L’è lungo,
L’è secco,
Caro mio bene, tirati qua,
Quello è il becco dell’anitra. (bis)
Raccolta a Sanguarzo di Cividale del Friuli.
— Chi ha mangiato la testa,
La testa dell’anitra....— (bis)
— La go mangiata io....
Testa mia,
Testa tua,
Testa con testa,
È una gran tempesta,
Caro mio bene, tirati qua,
Quella è la testa dell’anitra. (bis)
Cantata da Giuseppe Boscutti di anni 35 - possidente.
— IV-
VERRÀ IL GIORNO DI LUNE
Versioni non localizzate, testimonianza della reviviscenza che il canto ha avuto
nell'esercito durante la grande guerra e nel dopo-guerra, hanno pubblicato:
Canti della Montagna - Fascicolo I - S.A.V.I.T., 1929 - A cura del Club Alpino Ita-
liano - Sezione di Vercelli, p. 20.
no)
Canzoni della Montagna - Seconda edizione completamente rifatta, 1937 - Edito dal-
l’Emporio Musicale Gabrielli - Trento - A cura dell’Associazione Universitaria Cattolica
Trentina - Federazione Universitaria Cattolica Italiana, p. 100.
Verrà il giorno di lune
Sul mercà a comprar la fune.
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercà.
Verrà anche ’1 dî del marte
Sul mercà a comprar scarpe.
Marte le scarpe,
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercìà.
Vegnerà anche il di di mercore
Sul mercà a comprar nespole.
Mercore le nespole,
Marte le scarpe,
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercà.
Vegnerà anche ’1 dî di giova
Sul mercà a comprar le uova.
Giova le uova,
Mercore le nespole,
Marte le scarpe,
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercà.
Vegnerà anche ’1 dî di venere
Sul marcà a comprar le senere.
Venere le senere,
Giova le uova,
Mercore le nespole,
Marte le scarpe,
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
— 187
O Carolina bella sul mercìà.
Vegnerà anche ’1 dî di sabato
Sul mercà a comprar ’1 bel abito.
Sabato il bell’abito,
Venere le senere,
Giova le uova,
Mercore le nespole,
Marte le scarpe
Lune la fune,
È figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercìà.
Vegnerà anche ’1 dî di festa
Sul mercà a comprar la vesta.
Festa la vesta,
Sabato il bell’abito,
Venere le senere,
Giova le uova,
Mercore le nespole,
Marte le scarpe,
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercìà.
Vegnerà anche la fine della settimana
Settimana la ruffiana,
Festa la vesta
Sabato il bell’abito,
Venere la senere,
Giova le uova,
Mercore le nespole
Marte le scarpe,
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercì.
Vegnerà anche la fine del mese
Mese ’1 marchese,
Raccolta a Marsure di Aviana.
Settimana la ruffiana,
Festa la vesta,
Sabato il bell’abito,
Venere la senere,
Giova le uova,
Mercore le nespole
Marte le scarpe
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercà.
Vegnerà anche la fine dell’anno
Anno "1 malanno,
Mese ’1 marchese,
Settimana la ruffiana,
Festa la vesta,
Sabato il bell’abito,
Venere la senere,
Giova le uova,
Mercore le nespole,
Marte le scarpe,
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercà.
Vegnerà anche la fine del mondo
Mondo capovolto,
Anno "1 malanno,
Mese ’1 marchese,
Settimana la ruffiana,
Festa la vesta,
Sabato il bell’abito,
Venere la senere,
Giova le uova,
Mercore le nespole,
Marte le scarpe,
Lune la fune,
E figli non ne abbiam
O Carolina bella sul mercìà.
Cantata da Damenico De Luca di anni 50 - contadino.
» da Giovanni Caser Tassan di anni 49 -
contadino
VERRÀ IL GIORNO DI LUNE
Verrà il giorno di lune
Sul mercà a comprar la fune.
Lune la fune,
E figli non avrà
E la Rosina bella sul mercà. (bis)
Verrà il giorno di marte
Sul mercà a comprar le scarpe.
Lune la fune,
Marte le scarpe,
È figli non avrà
E la Rosina bella sul mercà. (bis)
188 —
Verrà il giorno di mercore
Sul mercà a comprar le nespole.
Lune la fune,
Marte le scarpe,
Mercore le nespole,
E figli non avrà
E la Rosina bella sul mercìà. (bis)
Verrà il giorno di giove
Sul mercà a comprar le uove.
Lune la fune,
Marte le scarpe,
Mercore le nespole,
Giove le uove,
E figli non avrà
E la Rosina bella sul mercà. (bis)
Verrà il giorno di venere
Sul mercà a comprar le cenere.
Lune la fune,
Marte le scarpe,
Mercore le nespole,
Giove le uove,
Venere le cenere,
E figli non avrà
E la Rosina bella sul mercà. (bis)
Verrà il giorno di sabato
Sul mercà a comprar l’abito.
Lune la fune,
Marte le scarpe,
Mercore le nespole,
Giove le uove,
Venere le cenere,
Sabato l’abito,
E figli non avrà
E la Rosina bella sul mercà. (bis)
Verrà il giorno di festa
Sul mercà a comprar la vesta.
Lune la fune,
Marte le scarpe,
Mercore le nespole,
Giove le uove,
Venere le cenere,
Sabato l’abito,
Festa la vesta,
E figli non avrà
E la Rosina bella sul mercà. (bis)
Raccolta a Sanguarzo di Cividale del Friuli.
Cantata da Giuseppe Boscutti di anni 35 - possidente
SV
SENTI, MARIANNA, LA MAMMA LA TI CHIAMA
Per lo studio di questo canto si tenga presente la versione raccolta a Chizzola nel Trentino: Passetti,
m. 35, p. 38.
— Senti, Mariana,
la mama la ti chiama —
—La mama la mi chiama,
cosa vuol da me—
La ti vuol dare
un giovane contadino. —
— Un giovane contadino
mama mia, no, no; (bis)
Perché tuto il giorno
mi fa tirà la sapa,
La sera iò son straca,
mama mia, no, no. (bis)
— Senti, Mariana,
la mama la ti chiama—
— La mama la mi chiama,
cosa vuol da me —
— La ti vuol dare
un giovane bigattino.—
— Un giovane bigattino,
mama mia, no, no; (bis)
Perché tuto il giorno
mi fa portar grisiole,
Le gambe le mi duole,
mama mia, no, no. (bis)
— Senti, Mariana,
la mama la ti chiama —
— La mama la mi chiama,
cosa vuol da me—
--La ti vuol dare
un giovane che fa il fabbro. —
— Un giovane che fa il fabbro,
mama mia, no, no; (bis)
Perché tuto il giorno
mi fa tirar la fole, a
La io soi mole,
mama mia, no, no. (bis)
— Senti Mariana,
la mama la ti chiama —
— La mama la mi chiama,
cosa vuol da me—
— La ti vuol dare
un giovane pescatore. —
— Un giovane pescatore,
mama mia, no, no; (bis)
Perché tuto il giorno
mi fa mangiar del pesce,
La pansa la mi cresce,
mama mia, no, no. (bis)
— Senti, Mariana,
la mama la ti chiama—
—La mama la mi chiama,
cosa vuol da me—
—La ti vuol dare
un giovane caffettiere. —
— 189
Castume del Friuli Occidentale { Aviano).
190 —
- Un giovane caffettiere,
mama mia, si, si; (bis)
Perché tuto il giorno
Raccolta a Marsure di Aviana.
Cantata da Regina Mazzega di anni 73 - contadina.
SENTI, NINETTTA,
— Senti, Ninetta,
la mamma la ti chiama —
— La mamma la mi chiama,
cosa la vuol da me—
— La ti vuol dare
un giovane che fa ’1 fabbro. —
— Un giovane che fa il fabbro,
mamma mia lo vuoi no;
Perché tutto il giorno
mi fa tirar la fola,
Alla sera mi son mola,
mamma mia lo vuoi no.
Senti, Ninetta,
la mamma la ti chiama —
— La mamma la mi chiama,
cosa la vuol da me-
— La ti vuol dare
un giovane contadino. —
Raccolta a Costa di Aviana.
Cantata da Maddalena Barzan di anni 75 - contadina.
mi fa cafè col late,
FE quel mestier mi piace,
mama mia, si, si. (bis)
MAMMA LA TI CHIAMA
—Un giovane contadino,
mamma mia lo vuoi no;
Perché tutto il giorno
mi fa tirar la sapa,
Co l’è sera mi son straca,
mamma mia lo vuoi no.
— Senti, Ninetta,
la mamma la ti chiama —
—La mamma la mi chiama,
cosa la vuol da me-
— La ti vuol dare
un giovane pescatore. —
— Un giovane pescatore,
mamma mia lo vuoi no;
Perché tutto il giorno
mi fa mangiar del pesce,
La pansa la mi cresce,
mamma mia mi lo vuoi no.
VI
IO VORREI LA CAMERIERA
Per lo studio di questo canto si tenga presente ia versione raccolta nella
tagna Lucchese: Giannini, n. 29, p. 208.
- lo vorrei la cameriera ...—
— che ne faresti tu? —
—Io vorrei i suoi capelli ... —
— che ne faresti tu? —
Alla mia cavalla
ci manca la criniera:
I capelli della cameriera,
i capelli della cameriera,
Alla mia cavalla
ci manca la criniera:
I capelli della cameriera
potrebber servir.
— Io vorrei la cameriera ...--
- che ne faresti tu? —
-Io vorrei i suoi occhi... —
— che ne faresti tu? —
AI mio biroccio
ci manca i fanali:
E gli occhi della cameriera
e gli occhi della cameriera,
Al mio biroccio
ci manca i fanali:
E gli occhi della cameriera
ci potrebber servir.
— Io vorrei la cameriera ...—
— che ne faresti tu? —
—Io vorrei le sue gambe ... —
— che ne faresti tu? —
Al mio biroccio
ci manca le stanghe:
Le gambe della cameriera
le gambe della cameriera,
AI mio biroccio
Mon-
191
ci manca le stanghe: Al mio biroccio
Le gambe della cameriera ci manca i parafanghi:
potrebbero servir. Le orecchie della cameriera
le orecchie della cameriera,
—Io vorrei la cameriera ... — Al mio biroccio
— che ne faresti tu? — ci manca i parafanghi:
—Io vorrei le sue orecchie ...— Le orecchie della cameriera
— che ne faresti tu? — potrebbero servir.
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Ernesto Dell'Arche di anni 26 - cantadina
» da Antonio Dal Cal di anni 28 - contadino
» da Vittorio Florian di anni 26 - contadina.
— VII-
I MESTIERI
Le principali versioni finora edite sono geograficamente disposte cost:
Emilia — Una versione del Basso Monferrato: Ferraro, B. Monf., p. 67.
Toscana — Una versione raccolta nella Montagna Lucchese: Giannini, n. 32, p. 219.
A. un murator la mia ma, A un carrettier la mia ma,
Oi cara mamma: Ol cara mamma:
A un murator la mia mamma A un carrettier la mia mamma
La mi vuol dare. La mi vuol dare.
Murator che fa palassi Carrettier che va per strada
Presto alti presto bassi Ogni passo una scuriada
Dighe de no. Dighe de no.
L’è un murator, mi nol voi no. L’è un carrettier, mi nol voi no.
A un calzolai la mia ma, A un molinai la mia ma,
Oi cara mamma: Oi cara mamma:
A un calzolai la mia mamma A un molinai la mia mamma
La mi vuol dare. La mi vuol dare.
Calzolai che fa savatte Molinaio che fa farina
Per le donne maritate Per darghela a Giovanna
Dighe de no. Dighe de si.
L’è un calzolai, mi nol voi no. L’è un molinai, mamma si, si.
Raccalta a Marsure di Aviana.
Cantata da Rasilio Wassermann di anni 65 - contadina.
I MESTIERI
Un murator, la mia mamma la mi vuol Dighe de no e no e no
dare (bis) Un marangon mamma no, no.
Un murator che fa palazzi,
Ora alti ora bassi: Un farmacista, la mia mamma la mi vuol
Dighe de no e no e no : ; dar, (bis)
Un murator mamma no, no. Un farmacista che vende oio,
Bevilo ti che mi no voio,
Un marangon, la mia mamma la mi vuol Dighe de no e no e no
dar, (bis) Un farmacista mamma no, no.
Un marangon che tira la sega,
Ga una paura che se strega, Un mulinar, la mia mamma ia mi vuol
192 —
dar, (bis) Dighe de no e no e no
Un mulinar che va al mulino, Un direttor mamma no, no.
Fa il mestier dell’assassino, . ; ,
Dighe de no e no e no Un ballerin, la mia mamma la mi vuol
Un mulinar mamma no, no. dar, (bis)
Un ballerin che va a ballare,
Un direttor, la mia mamma la mi vuol San Martin e Carnevale,
dar, (bis) Dighe de si e si e si
Un direttor che va in filanda, Un ballerin mamma si, si.
Tutto il giorno che comanda,
Raccolta a Coia di Tarcenta.
Cantata da Fausta Iob di anni 16 - contadina.
— VIII-
ALLA FIERA DI MASTR'ANDRÉ
Una versione non localizzata, testimonianza della reviviscenza che il canto ha avuto
nell’esercito durante la grande guerra e nel dopoguerra, ha pubblicato:
Canzoni della Montagna - Seconda edizione completamente rifatta, 1937 - Edito dal-
l’Emporio Musicale Gabrielli - Trento - A cura dell’ Associazione Universitaria Cattolica
Trentina - Federazione Universitaria Cattolica Italiana, p. 35.
Di questo canto parla pure il Santoli ne I canti popolari italiani, p. 165.
Alla fiera di mastr’Andrè, Alla fiera di mastr’Andrè,
Aggid comprato un finfariello: Aggiù comprato uno fucile:
Firifin lo finfariello, Pum pum lo fucile,
Alla mirè, alla mire, Vio vio la viola,
Alla fiera di mastr’Andrè. Tarataran lo tamburiello,
Firifin lo finfariello,
Alla fiera di mastr’Andrè, Alla mirè, alla mirè,
Aggiù comprato un tamburiello: Alla fiera di mastr’ Andrè.
Tarataran lo tamburiello,
Firifin lo finfariello, Alla fiera di mastr’Andrè, E
Alla mirè, alla mirè, Aggit comprato una pistola:
Alla fiera di mastr’Andrè, Pan pan la pistola,
Pum pum lo fucile,
Alla fiera di mastr’Andrè, Vio vio la viola,
Aggiù comprato una viola: Tarataran lo tamburiello,
Vio vio la viola, Firifin lo finfariello,
Tarataran lo tamburiello, Alla mirè, alla mirè,
Firifin lo finfariello, Alla fiera di mastr’Andrè.
Alla mirè, alla mirè,
Alla fiera di mastr’Andrè.
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Maria Luisa Wassermann di anni 16 - studente.
ALLA FIERA DI MASTR’ANDRE
Alla fiera di mastr’Andrè Alla fiera di mastr’Andrè
Ho comprato un tamburo - uro uro (bis) Ho comprato un pulcino - ino ino (bis)
Alla fiera di mastr’Andrè Alla fiera di mastr’'Andrè
Alla fiera di mastr’Andrè. Alla fiera di mastr’Andrè.
— 193
Alla fiera di mastr'Andrè Alla fiera di mastr’Andrè
Ho comprato una chitarra - arra arra (bis) Ho comprato un trombone - one one (bis)
Alla fiera di mastr’Andrè Alla fiera di mastr’Andrè
Alla fiera di mastr'Andrè. Alla fiera di mastr'Andrè.
Alla fiera di mastr’Andrè Alla fiera di mastr’Andrè
Ho comprato un cavallo - allo allo (bis) Ho comprato un violino - ino - ino (bis)
Alla fiera di mastr’Andrè Alla fiera di mastr’Andrè
Alla fiera di mastr’Andrè. Alla fiera di mastr’Andrè.
Raccolta a Tarcento.
Cantata da Lucia Tasa di anni 22 - contadina
—IX-
LA MIA MAMMA MI DICEVA
Una versione non localizzata, testimonianza della reviviscenza che il canto ha avuto
nell'esercito durante la grande guerra e nel dopoguerra, ha pubblicato:
Canzoni della Montagna - Seconda edizione completamente rifatta, 1937 - Edito dal-
l'Emporio Musicale Gabrielli - Trento - A cura dell’ Associazione Universitaria Cattolica
Trentina - Federazione Universitaria Cattolica Italiana, p. 88.
La mia mamma me ga dito: Che son tutte traditore.
—Non sposar le donne bionde
Che son tutte vagabonde. La mia mamma me ga dito:
— Non sposar la donna bruna
Che ti porterà sfortuna.
— Non mi sposerò mai più.
La mia mamma me ga dito:
— Non sposar le donne more
Raccolta a Cividale del Friuli.
Cantata da Ruggero Gon di anni 35 - custode Museo Civico.
LA MIA MAMMA MI DICEVA
Non mi sposerò mai piu,
La mia mamma mi ga ditto
Non mi sposerò mai più.
Di non far l’amor coi biondi,
Che son tutti vagabondi:
Vagabondi nell’amor,
Vagabondi nell’amor.
La mia mamma mi diceva
Non sposar le donne bionde,
Che son tutte vagabonde:
La mia mamma mi ga ditto
Di non far l’amor coi ricci,
Che son tutti nei capricci:
Nei capricci dell’amor,
Nei capricci dell’amor.
La mia mamma mi ga ditto
Di non far l’amor coi mori,
Che son tutti traditori:
Traditori nell’amor,
Traditori nell’amor.
La mia mamma mi diceva
Non sposar la donna bella,
Che ci vuol la sentinella:
Raccolta a Rraulins di Trasaghis.
Cantata da Lucia De Cecco di anni 35 - contadina.
» da Feregotti lalanda.
194 —
Vagabonde nell’amor,
Vagabonde nell’amor.
La mia mamma mi diceva
Non sposar le donne more,
Che son tutte traditore:
Traditore nell’amor,
Traditore nell’amor.
La mia mamma mi diceva
Non sposar la donna bruna,
Che ti porterà sfortuna:
Non mi sposerò mai più,
Non mi sposerò mai più.
PRITR,
ALTE
195
LX
LA DONNA MORA
Vedi: SANTOLI, I canti popolari italiani, p. 165.
La donna mora io la voglio no, (bis)
Perché l’ha gli occhi da traditora:
La donna mora io la voglio no.
La donna bionda io la voglio no, (bis)
Che quando vado in letto la circonda:
La donna bionda io la voglio no.
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Antonio Dal Col di anni 28 - contadino.
» da Girolama Dal Col di anni 53 - contadina
» da Vittorio Florian di anni 26 - contadino
IO LA VOGLIO NO
La donna bella io la voglio no, (bis)
Perché ci vuole la sentinella:
La donna bella io la voglio no.
La donna brutta io la voglio si, (bis)
Cò vado a casa la trovo tutta:
La donna brutta io la voglio si.
—XI=
IL SUONATORE
Per lo studio di questo canto si tenga presente la versione raccolta nell'Umbria
Chini, p. 260.
Vedi pure SANTOLI: I canti popolari italiani, p. 170.
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
— Sto a suonare o campaniello! —
— Come suona o campaniello? —
— Din, din fa il campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
— Sto a suonare o viulino!—
— Come suona o viulino? —
— Gin, gin fa lo viulino,
Din, din o campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
— Sto a suonare la chitarra! —
— Come suona la chitarra? —
— Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
— Sto a suonare la cornetta! —
— Come suona la cornetta? —
— Etta, etta la cornetta,
Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
196 —
- Sto a suonare o ramburing)
-— Come suona o tamburino? -
—Bum, bum fa lo tamburino,
Etta, etta la cornetta,
Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
— Sto a suonare la campana! —
— Come suona la campana? —
— Don, don fa la campana,
Bum, bum fa lo tamburino,
Etta, etta la cornetta,
Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
— Sto a suonare lo trombone! —
— Come suona lo trombone? —
— Brum, brum fa lo trombone,
Don, don fa la campana,
Bum, bum fa lo tamburo,
Etta, etta la cornetta,
Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! -
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
- Sto a suonare il violone! —
— Come suona o violone? —
— Gron, gron fa lo violone,
Bum, bum lo trombone,
Don, don fa la campana,
Bum, bum fa lo tamburo,
Etta, etta la cornetta,
Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
- Sto a suonare il mandolino! —
— Come suona o mandolino? —
— Din, din fa il mandolino,
Gron, gron fa lo violone,
Brum, brum fa lo trombone,
Don, don fa la campana,
Bum, bum fa lo tamburo,
Etta, etta la cornetta,
Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
- Caro compare, cosa stai a suonare? —
— Sto a suonare il clarino! —
Raccolta a Marsure di Aviano
Cantata da Damenico De Luca di anni 50 - contadino
— Come suona il clarino? —
— Tio, tio fa lo clarino,
Drin, drin fa il mandolino,
Gron, gron fa lo violone,
Brum, brum fa lo trombone,
Don, don fa la campana,
Bum, bum fa lo tamburo,
Etta, etta la cornetta,
Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— Caro compare, cosa stai a suonare? —
— Sto a suonare una tromba! —
— Come suona questa tromba? —
— Tararà fa la tromba,
Tio, tio lo clarino,
Drin, drin fa il mandolino,
Gron, gron fa lo violone,
Brum, brum fa lo trombone,
Don, don fa la campana,
Bum, bum fa lo tamburo,
Etta, etta la cornetta,
Arra, arra la chitarra,
Gin, gin fa lo viulino,
Din, din lo campaniello,
A tric, a trac o tamburiello! —
— XII-
I MESI DELL’ANNO ‘
Le principali versioni finora edite di questo canto sono, geograficamente distribuite,
queste:
Venezie — Una versione del Polesine: Mazzucchi, p. 21.
Toscana — Due versioni della Montagna Lucchese: Giannini, n. 39, p. 232 e n. 39
p. 235.
De Fevrer no se parla,
Che te pol ciapà una scalda;
Che l’è un mese tanto fin,
Che ’1 me sa da brustolin.
E mi soi Marzo che intende,
Na plissa hai comprata,
E doman la torne vende,
Perché soi Marzo che intende.
Mi soi April pulito,
F dell’arba e del radicio,
E. di ogni albero fiorito,
Perché soi April fiorito.
E mi soi Giugn che taio,
Quel che taia le ricolture,
I formenti e le pasture,
Perché soi de più de Magio,
E mi soi Giugno die tagio.
E mi soi Luglio che bato,
Tuto il giorno in mezzo a l'eta,
E dal siol divento mato,
Perché soi Luglio che bato.
E mi soi Agosto che pesca,
A la pesca mi son sta,
Capo ’1 boio e anche la lesca.
Perché soi Agosto che pesca.
E mi soi Setembre mese,
— 197
Quel che fai fiorî sti trui, Quel che sposa ste novisse,
E ste leve marzemine, Le me fai ciapà la stisse,
E del vino che i lo beve, Ogni vistitui più belo,
Perché soi Setembre mese. Perché soi Novembre belo.
E mi soi Otobre straco, E mi soi Dissembre vecio,
A la cassia mi son stato, Che ’1 mi piace stare al fuoco,
Copo ’| lepro e anca ’1l crovato, Del buon vin e del buon logo,
Perché soi Otobre straco. Cò una giovane per specio,
E mi soi Dissembre vecio.
E mi soi Novembre belo,
Raccolta a Costa di Aviana.
Cantata da Maddalena Barzan di anni 75 - contadina.
— XIII -
UNO, DUE E TRE
Per lo studio di questo canto si tengano presenti le seguenti versioni:
— Una versione istriana: Ive, p. 279.
Toscana — Una versione della Montagna Lucchese: Giannini, n. 43, p. 307.
Vedi: BARBI, La poesia popolare italiana, p. 38.
Vedi: SANTOLI, I canti popolari italiani, pp. 115, 147, 197.
Uno, due e tre Se l’è gris a no l’è blanc,
Il Papa non è Re, Se l’è una puta no l’è un fant,
Il Re non è Papa, Se no l’è un fant a no l’è una puta,
Il ravanel no l’è salata, Ciaf de ai no l’è una ciastigna,
Salata no l’è ravanel, Una ciastigna no l’è un ciaf de ai,
Cità no l’è ciastiel, Se l’è pan no l’è formai,
Ciastiel no l’è cità, Se l’è formai non l’è pan,
Uiar no l’è l’istà, Se l’è uoi no l’è doman,
L’istà no l’è uiar, Se l’è doman e no l’è uoi,
’L Paradis no l’è unfiar, E le tripe l’è ’u tel truoi,
Unfiar no l’è Paradis, °U tel truoi a l'è le tripe,
Se l’è blanc a no l’è gris, E la forca che te piche.
Raccalta a Casta di Aviano.
Cantata da Maddalena Barzan di anni 75 - contadina.
Puliso morto, II cane che ’l baia,
Puliso che pianse, L’albero co le radise in su,
Carega che salta, L’oseleto che se spela ’1 culeto,
Tavola che bala, La massara che rompe i seci,
Secio che giga, La regina che la mena 1 cul par la paura,
Gato che core, E mi che soi ’1 Re
Porta che se verze e se sera, Pete bote dò per te.
Raccalta a Costa di Aviano.
Cantata da Ida Dell'Angela in Rarzan.
— XIV -
NOI SIAM ZINGARI CALDERAI
Noi siam zingari calderai, Che veniamo di Cosenza
198 —
Le caldaie accomodiam
Accomodiam con preferenza.
Con due colpi che ci diam
Le caldaie accomodiam;
E per quelli che non sentono
Ci convien a noi gridar:
Calderai o calderai.
E per voi donne maritate
Raccolta ad Aviano.
Cantata da Giacomo Fabbro di anni 65 - contadino
Che beve a tutte le ore
La padella sconquassata
Ga bisogno d’un stagnador:
Con due colpi che ci diam
Le caldaie accomodiam.
E per quelli che non sentono
Ci convien a noi gridar:
Calderai giusta ferai.
TGA EDE.RAI
Noi siam giovani calderai,
Che veniamo da Faenza
Le caldaie accomodiam
Le accomodiam a preferenza,
E due botte che noi ci diam
le caldaie accomodiam,
E per quelli che non sentono
Ci convien a noi gridar:
Calderai, o calderai.
Per voi vecchia brontolona,
Noi perdiam pratica e stagno
E pel vostro calderone
Noi badiamo il vostro bagno,
E due botti che noi ci diam
Le caldaie accomodiam,
E per quelli che non sentono
Ci convien a noi gridar:
Calderai, o calderai.
Raccolta a Nuris di Ragogna.
Cantata da Luigi Bortolussi.
I
Son venuti li calderai,
Sono venuti da Cosenza.
Le caldaie ad aggiustare,
A chi vuol la preferenza.
E due botti noi ci diamo,
Le caldaie aggiustiamo.
Saldiam, giustiam, (bis)
Son venuti li calderai,
Son venuti li calderai,
Li calderai, li calderai.
A voi giovani pulite.
Le l’aggiustiamo di buona voglia;
Vi accogliamo le ferite
Senza pene e senza doglia.
E due botti noi ci diamo,
Le caldaie aggiustiamo.
Saldiam, giustiamo, (bis)
E voi vecchie e zitelle,
Ove bisogno a tutte le ore
E pel vostro calderone
Ovè bisogno d’un salvatore,
E due botte che noi diam
Le caldaie accomodiam,
E per quelli che non sentono
Ci convien a noi gridar:
Calderai, o calderai.
Noi teniamo un martellino,
Lungo un palmo avvantaggiato
Per le donne sconquassate
Teniamo un prezzo molto basso,
E due botte che noi ci diam
Le caldaie accomodiam,
E per quelli che non sentono
Ci convien a noi gridar:
Calderai, o calderai.
CALDERAI
Son venuti li calderai,
Son venuti li calderai,
Li calderai, li calderai.
A voi donne maritate,
Che le caldaie avete stuonate,
Perché in casa a tutte le ore
Voi tenete lo stuonatore.
E due botti noi ci diamo,
Le caldaie aggiustiamo.
Saldiam, giustiam. (bis)
Son venuti li calderai,
Son venuti li calderai,
Li calderai, li caldetai.
A voi vedove arrabbiate,
II nostro stagno è troppo foco;
199
Costume del Friuli Centrale.
200 —
Che con cento martellate,
Noi si spegne il vostro fuoco.
E due botti noi ci diamo,
Le caldaie aggiustiamo.
Saldiam, giustiam, (bis)
Son venuti li calderai,
Son venuti li calderai,
Li calderai, li calderai.
E a voi vecchie pignatare,
Raccolta a Sanguarzo di Cividale del Friuli.
Cantata da Giuseppe Rascutti di anni 35 - possidente
-
Ve le aggiustiam di mala voglia;
Perché in voi non c’è guadagno,
Si perde fattura, rame e lo stagno.
E due botti noi ci diamo,
Le caldaie aggiustiamo.
Saldiam, giustiam, (bis)
Son venuti li calderai,
Son venuti li calderai,
Li calderai, li calderai.
LXVE
VORREI BACIAR ROSETTA
Vorrei baciar Rosetta,
ma lei mi disse: — No —
Di sotto la scaletta,
di sotto la scaletta.
Vorrei baciar Rosetta,
ma lei mi disse: — No—
Di sotto la scaletta,
si si la bacierò, si si la bacierò.
Vorrei baciarle il viso,
ma lei mi disse: — No-
Più in giù l’è il paradiso,
più in giù l’è il paradiso.
Vorrei baciarle il viso,
Raccolta a Sanguarzo di Cividale del Friuli.
Cantata da Giuseppe Bascutti di anni 35 - passidente.
ma lei mi disse: — No—
Più in giù l’è il paradiso,
baciarlo non si può, baciarlo non si
può.
Quanto è bello far l’amore,
chi non bacia non ha cuore,
Amor se mi vuoi bene,
amor se mi vuoi bene.
Quanto è bello far l’amore,
chi non bacia non ha cuore,
Amor se mi vuoi bene,
e lasciati baciar, e lasciati baciar
ORREI BACIAR NINETTA
Vorrei baciar Ninetta,
ma lei mi disse: — No-
Ma sotto la scaletta
si si la bacierò, si si la bacierò
Ma sotto la scaletta
si si la bacierò, si si la bacierò.
Vorrei baciar i capelli,
ma lei mi disse: — No —
Perché son ricci e belli
Raccolta a Marsure di Aviana.
Cantata da Vittorio Florian di anni 26 - contadino.
» da Ottavio Dal Col di anni 55 - contadino.
si si li bacierò, si si li bacierò
Perché son ricci e belli
si si li bacierò, si si li bacierò.
Vorrei baciare il viso,
ma lei mi disse: — No—
Perché l’è un paradiso
si si lo bacierò, si si lo bacierò
Perché l’è un paradiso
si si lo bacierò, si si lo bacierò.
— 201
-XVI-
LA BELLA VA IN FILANDA
La bella va in filanda La bella va in giardino
a lavorar, a lavorar, a lavorar, a cava "l fior, a cava "1 fior, a cava
La bella va in filanda 1 fior,
a lavorar per il suo Morettin.
La bella va in giardino
-— Oi Morettino mio, a cava ’l fior pel so Morettin.
morirai, morirai, morirai,
- Oi Morettino mio, La bella va in Chiesa
morirai con la pena nel cuor. per pregar, per pregar, per pregar,
La bella va in Chiesa
La bella va in cantina per pregar pel so Morettin.
a cava, a cava, a cava, a cava l vin,
La bella va in cantina La bella la va al ballo
a cava "l vin per ’l so Morettin. per danzar, per danzar, per danzar,
La bella la va al ballo
per danzar col so Morettin.
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Ernesto Dell'Arche di anni 26 - contadino
» da Antonio Dal Col di anni 27 - contadino
» da Silvio Zanolin di anni 25 - contadino
‘
— XVII.
LASSÙ SUL MONTE GRAPPA
Lassu sul Monte Grappa serà, E i fili del telefono serà,
E i sassi de ste valli serà, E i fili del telefono serà,
E i sassi de ste valli serà le ossa. E i fili del telefono serà la posta.
E l’acqua de ste valli serà, La posta della caserma serà,
E l’acqua de ste valli serà, La posta della caserma serà,
E l’acqua de ste valli serà le lagrime. La posta della caserma serà la mamma.
La palma della mia mano serà, E le scrissi una Jetterina tutta,
La palma della mia mano serà, E le scrissi una letterina tutta,
La palma della mia mano serà la carta. E le scrissi una letterina tutta d’amor.
TI sangue delle vene serà,
JI sangue delle vene serà,
Il sangue delle vene serà l’inchiostro.
Raccolta a Marsure di Aviano.
Cantata da Ernesto Dell'Arche di anni 26 - contadino.
— XVIII —
LA VIEN GIÙ DALLE MONTAGNE
La vien giù dalle montagne (bis) La città l’è tanto bella (bis)
ner veder, la città,
La vien giù dalle montagne La città l’è tanto bella
per veder, per vedere la città. la città (bis) e il suonator.
202 —
O suonator sonè pur bene (bis)
che da noi,
O suonator sonè pur bene
che da noi (bis) sarè paga.
La ga impegnà l’anel d’oro (bis)
per pagar,
La ga impegnà l’anel d’oro
per pagar (bis) il suonator.
Raccalta a Marsure di Aviano.
Cantata da Antonio Dal Col di anni 28 - contadina
La ga impegnà la camiciuola (bis)
per pagar,
La ga impegnà la camiciuola
per pagar (bis) il suonator.
La ga impegnà il fazzoletto (bis)
per pagar,
La ga impegnà il fazzoletto
per pagar (bis) il suonator.
» da Vittorio Florian di anni 26 - contadino
» da Severina Wassermann di anni 26 - contadina
— XIX-
I GIORNI DELLA SETTIMANA
Ogi l’è festa, diman l’è luni,
Non go nessuni per fare l’amor. (ter)
Ogi l’è luni, dimani l’è marti,
E con voialtri voi far l’amor. (ter)
Ogi l'è marti, dimani l’è mercore,
Voi dar da intendere a chi voi mi. (ter)
Ogi l’è mercore, dimani l’è gioba,
Raccolta ad Aviana.
Cantata da Giacomo Fahbra di anni 65 - contadino
Dala morosa mi voglio andar. (ter)
Ogi l’è giovedî, dimani l’è venere,
Voi dar da intendere a chi voi mi. (ter)
Ogi l’è venere, dimani l’è sabo,
Anche per viagio mi voglio andar. (ter)
Ogi l’è sabo, dimani l’è festa,
Ala finestra mi voglio andar. (ter)
"XX
VENEZIA BELLA
Venezia bella,
la si vuol maritar. (ter)
Giroletta oi cara, Ninetta,
la si vuol maritar.
E per marito
Milano ti vuoi dar. (ter)
Giroletta oi cara, Ninetta,
Milano ti vuoi dar.
E per le nozze
i pesci che è nel mar. (ter)
Giroletta oi cara, Ninetta,
i pesci che è nel mar.
E per confetti
i sassi che è nel mar. (ter)
Raccolta a Marsure di Aviana.
‘
LA SI VUOL MARITAR
Giroletta oi cara, Ninetta,
i sassi che è nel mar.
E per coperte
le porte de Milan. (ter)
Giroletta oi cara, Ninetta,
le porte de Milan.
Apri le porte,
che ’1 battaglion l’è qua. (ter)
Giroletta oi cara, Ninetta,
che ’1 battaglion l’è qua.
Sera pur le porte,
ch'è ’1 battaglion passa. (ter)
Giroletta oi cara, Ninetta,
ch'è ’l battaglion passa.
— 203
Cantata da Girolama Zambon Dal Col di anni 53 - contadina
» da Chiara Dal Cal di anni 17 - contadina
» da Francesca Wassermann di anni 12 - studente
» da Pietro Zanolin di anni 15 - contadino
» da Ernesto Dal Col di anni 8° contadina.
— XXI-
IL MALE DEI GIOVANOTTI
Trafaldin iera ne l’orto, Trafaldin iera su per la scala,
Che ’1 piangeva e sospirava, Che ’1 piangeva e che ’1 sospirava,
La sua amante ghe dimandava: La sua amante ghe dimandava:
— Cossa gastu, bel Trafaldin? — — Cossa gastu, bel Trafaldin? —
— Cara lei, se la volesse — Cara lei, se la volesse,
E mi in cortivo, mi vegneresse. — Mi, in camerella, mi vegneresse. —
— Vieni, vieni, o Trafaldin, — Vieni, vieni, o Trafaldin,
Vieni, vieni, caro ’l1 mio ben.- Vieni, vieni, caro ’l mio ben. —
Trafaldin iera in cortivo, Trafaldin iera in camerella,
Che ’1 piangeva e che ’l sospirava, Che ’1 piangeva e che ’1 sospirava,
La sua amante ghe dimandava: La sua amante ghe dimandava:
— Cossa gastu, bel Trafaldin? — — Cossa gastu, bel Trafaldin? —
— Cara lei, se la volesse, — Cara lei, se la volesse,
E mi, in cusina, mi vegneresse. — Mi, nel letto, mi vegneresse. —
— Vieni, vieniy o Trafaldin, — Vieni, vieni, o Trafaldin,
Vieni, vieni, caro ’1 mio ben. — Vieni, vieni. caro ’Y mio ben. —
Trafaldin iera in cusina, Trafaldin iera nel letto,
Che ’1 piangeva e che sospirava, Che ’1 piangeva e che ’1 sospirava,
La sua amante ghe dimandava: La sua amante ghe dimandava:
— Cossa gastu, bel Trafaldin? — — Cossa gastu, bel Trafaldin? —
— Cara lei, se la volesse, — Cara lei, se la volesse,
Su per le scale mi vegneresse. — Mi un bacin, mi ghe daresse.—
— Vieni, vieni, o Trafaldin, — Dallo, dallo, o Trafaldin,
Vieni, vieni, caro ’l mio ben. — Dallo, dallo, caro ’1 mio ben.-
Raccolta a Marsure di Aviano
Cantata da Regina Mazzega di anni 73 - contadina.
Le illustrazioni a colori sono state tratte dall’opera Costuzzi popolari
italiani - Italia Settentrionale e riprodotte dalla pubblicazione Proverbi
friulani di Z. F. Beltram e Z. N. Matalon, Giunti Martello stampata presso
la Cromotipia E. Sormani di Milano nel dicembre 1978.
204 —